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In azienda vince il più duro?

A chi non è mai capitato di avere a che fare con collaboratori o referenti non esattamente riconducibili alla categoria delle amabili persone?

La vita in azienda certo non sempre è rose e fiori, ma in alcuni casi le nostre convinzioni di natura etica possono essere (spiacevomente?) sovvertite da dati di fatto forse non del tutto incontrovertibili: una indagine che ha destato molto scalpore, condotta da un ricercatore della University of Notre Dame, ha chiaramente individuato una correlazione tra il livello di remunerazione e il livello di “sgradevolezza” (alle volte tradurre termini inglesi può essere arduo!) dei manager. Fino al 18% in più.

Capi dalle discutibili attitudini alla collaborazione pare, per di più, siano facilmente destinatari di riconoscimenti e premi. Certo non tutte le indagini riflettono la realtà per quello che è davvero: da un paese a un altro cultura e valori possono cambiare in maniera sensibile, ma il concetto stesso di azienda sottende ad una forzata condivisione del bene comune dell’impresa: il profitto. Il successo arride chi è capace di trovare strade nuove, talento non da tutti associato alla ricerca della visione comune e condivisa. Del resto i tempi recenti ci portano fulgidi esempi di liberi pensatori diventati celebri (e ricchi!) non in virtù della capacità di trovare il consenso all’interno della propria azienda.

Curiosa, infine, la considerazione del fatto che per le donne l’equazione conflitto=successo sia inversa, per cui (sempre secondo l’indagine) alle signore in azienda sarebbe consigliato di incarnare il “gentil” sesso, ad onta di tutti gli sforzi per ottenere almeno equo riconoscimento.

Dello stesso ricercatore, alcuni giorni fa, è stata pubblicata una nuova indagine che è andata a scoprire che fine hanno fatto gli ambiziosi studenti sottoposti ad un lungo monitoraggio che ha tenuto conto dei successi scolastici e professionali.

Ebbene: l’indagine ha evidenziato che per quanto siano riusciti a raggiungere i propri obiettivi, il loro livello di felicità è risultato solo minimamente superiore a quello dei propri colleghi meno ambiziosi, mentre le loro vite sono, mediamente, più brevi ed in genere meno “salubri” di quelle dei colleghi più rilassati.

Non conosciamo i dettagli dello studio in questione, ma il successo professionale non sempre è direttamente connesso a quello personale. La nostra esperienza ci ha portato a conoscere molti casi di persone dotate di grandi talenti che, se non sono messe in condizioni di esprimere le loro potenzialità, facilmente sono afflitte da un calo di motivazione che rischia di danneggiare l’organizzazione in cui operano. Eventualità che si può verificare proprio in presenza di manager poco capaci di valorizzare i contributi altrui.

Impiegati impegnati a livello sostanziale con l’organizzazione di cui fanno parte generano risultati migliori. Le organizzazioni di livello internazionale hanno un rapporto di 9:1 di dipendenti impegnati rispetto al 2:1 meglio.

Per questo, il nostro consiglio è quello di verificare, se possibile, le risposte che otterreste (o dareste) a 12 semplici domande che, grazie ad un approfondito studio della Gallup, sono state correlate alle aziende con i migliori risultati tra oltre 140 organizzazioni e 105.000 dipendenti sottoposti ad un accurato monitoraggio. Le differenze tra le performances delle migliori e delle ultime della lista (in riferimento al tipo di risposte ottenute dalle persone che lavorano al loro interno) è di 4 a 1.

In conclusione: forse essere poco concilianti vi porterà benefici economici diretti nel breve periodo, ma le organizzazioni che non sono in grado di assicurare il benessere di tutte le persone che vi lavorano sono destinate ad affrontare difficoltà maggiori nel medio periodo.

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